BORDIGHERA ALTA, STORIE DA CARUGIO: MANURETTA
- Dal Giornalino Paize Autu.
Correva l’anno 1949. IV elementare, classe composta da 30-31 alunni di età diverse (per i più svariati motivi) con alunni nati tra il 1933 ed il 1938.
Ricordo ancora, come se fosse oggi, gran parte dei miei compagni di classe ed in particolar modo il nostro Signor maestro, il Signor Perchi.
In quegli anni si usava dare ancora del signore agli insegnanti per evidenziarne l’importanza del ruolo. Il nostro maestro veniva da Sanremo ed era sempre molto elegante ma anche molto severo, per esempio sul sottoscritto, un po’ discolo, aveva rotto una bacchetta di legno colpendolo tra collo e spalla.
Se queste cose succedessero ai giorni nostri, in ambito scolastico, scoppierebbe un putiferio, anche mediatico, ma allora era la normalità.
Infatti io sono stato zitto e non ho neppure raccontato l’episodio ai miei genitori, tanto conoscevo la risposta che avrei ricevuto: “Se t’a fau lo, tu cosa ti hai fau?”. Punto e basta.
Un giorno il Signor Maestro Perchi ci diede da svolgere un tema in classe dal titolo “Il mio compagno di banco”.
Il più anziano di noi scolari era Emanuele, detto Manuretta, classe 1933, il suo compagno di banco era Claudio, detto l’Ansegnè o ancora meglio Fisarmonica.
Ricordo ancora il suo tema che iniziava così: “U mei cumpagnu de bancu l’è Manuretta, inta scoera candu u nu gh’è u maistru, cu u va a fumà foera l’aula, anche elu u fuma cume in turcu, e anche d’invernu u fa drove e finestre pe nu fa sentì u fumu de e Alfa candu u rientra Mandrache (supranume du maistru)”.
Manuretta u leira in tipu lestu, u leira in gamba in tuti i tipi de geughi de nui fioei.
Da ragazzotto, ricordo, era un bravo battitore di Palla Pugno, oggi Pallone elastico, un bravo giocatore di pallone e disegnava benissimo.
Quando eravamo bambini, era uno dei pochi che, con destrezza, riusciva a tirare le pietre dalla vasca, sotto la strada del Capo, sino in mare davanti a u Scoeiu da a Ciapassa de e done.
Manuretta correva forte a piedi con i Cerceli e a Marchinicca. Era specialista per pià i Cicioi (cioè le cince). Un giorno ne aveva cucinata persino una, dopo averla catturata cu a freccia (la fionda).
Dopo averla cucinata la cince era grossa come il gheriglio di una noce e Manuretta se l’era mangiata con un filone di pane. Che evento!
Per varie ragioni, consuete per quegli anni, Manù mangiava quello che poteva e quando, ad esempio, qualcuno gli diceva “Ancoi me mangereva vurentè i gnocchi e i ravioei” la sua risposta era sempre scontata e la solita: “A mi ti me u disxi!”, certi cibi se li sognava anche di notte!
Manuretta diventando adulto, non si può dire che abbia fatto una vita “regolare”, ogni tanto alzava un po’ il gomito, ma penso proprio che non abbia mai fatto un torto a nessuno.
Altro non mi rimane da dire “Manù, te recorderon sempre ciau”.
Giacomo Ganduglia Lupo.
La Redazione
20 novembre 2013 fonte:bordighera.net
Correva l’anno 1949. IV elementare, classe composta da 30-31 alunni di età diverse (per i più svariati motivi) con alunni nati tra il 1933 ed il 1938.
Ricordo ancora, come se fosse oggi, gran parte dei miei compagni di classe ed in particolar modo il nostro Signor maestro, il Signor Perchi.
In quegli anni si usava dare ancora del signore agli insegnanti per evidenziarne l’importanza del ruolo. Il nostro maestro veniva da Sanremo ed era sempre molto elegante ma anche molto severo, per esempio sul sottoscritto, un po’ discolo, aveva rotto una bacchetta di legno colpendolo tra collo e spalla.
Se queste cose succedessero ai giorni nostri, in ambito scolastico, scoppierebbe un putiferio, anche mediatico, ma allora era la normalità.
Infatti io sono stato zitto e non ho neppure raccontato l’episodio ai miei genitori, tanto conoscevo la risposta che avrei ricevuto: “Se t’a fau lo, tu cosa ti hai fau?”. Punto e basta.
Un giorno il Signor Maestro Perchi ci diede da svolgere un tema in classe dal titolo “Il mio compagno di banco”.
Il più anziano di noi scolari era Emanuele, detto Manuretta, classe 1933, il suo compagno di banco era Claudio, detto l’Ansegnè o ancora meglio Fisarmonica.
Ricordo ancora il suo tema che iniziava così: “U mei cumpagnu de bancu l’è Manuretta, inta scoera candu u nu gh’è u maistru, cu u va a fumà foera l’aula, anche elu u fuma cume in turcu, e anche d’invernu u fa drove e finestre pe nu fa sentì u fumu de e Alfa candu u rientra Mandrache (supranume du maistru)”.
Manuretta u leira in tipu lestu, u leira in gamba in tuti i tipi de geughi de nui fioei.
Da ragazzotto, ricordo, era un bravo battitore di Palla Pugno, oggi Pallone elastico, un bravo giocatore di pallone e disegnava benissimo.
Quando eravamo bambini, era uno dei pochi che, con destrezza, riusciva a tirare le pietre dalla vasca, sotto la strada del Capo, sino in mare davanti a u Scoeiu da a Ciapassa de e done.
Manuretta correva forte a piedi con i Cerceli e a Marchinicca. Era specialista per pià i Cicioi (cioè le cince). Un giorno ne aveva cucinata persino una, dopo averla catturata cu a freccia (la fionda).
Dopo averla cucinata la cince era grossa come il gheriglio di una noce e Manuretta se l’era mangiata con un filone di pane. Che evento!
Per varie ragioni, consuete per quegli anni, Manù mangiava quello che poteva e quando, ad esempio, qualcuno gli diceva “Ancoi me mangereva vurentè i gnocchi e i ravioei” la sua risposta era sempre scontata e la solita: “A mi ti me u disxi!”, certi cibi se li sognava anche di notte!
Manuretta diventando adulto, non si può dire che abbia fatto una vita “regolare”, ogni tanto alzava un po’ il gomito, ma penso proprio che non abbia mai fatto un torto a nessuno.
Altro non mi rimane da dire “Manù, te recorderon sempre ciau”.
Giacomo Ganduglia Lupo.
La Redazione
20 novembre 2013 fonte:bordighera.net
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