BORDIGHERA, STORIE DA CARUGIO, ERBURI SPARII: REGORDI
Fonte: Giornalino "Paize Autu".
Chi ha solo 80 anni ricorderà il carrubo che era a sud sud-est della Spianata del Capo e che stentatamente viveva, nonostante noi novelli Tarzan tormentassimo i suoi rami. I suoi frutti non superavano in lun-ghezza il nostro mignolino. Dopo la metà degli anni 30 sparì. Anche presso Villa Amica, dove termina il magnifico viale dei pini (Via Stella Maris), appena scesi i primi due scalini, in direzio-ne del porto, vi erano dimorate tre piante di quercia, ormai perdute. Ettore, Antonio e Cin riunivano le loro ghiande con zolfanelli, già usati, per costruire aerei, carri armati, cannoni: i nostri giochi di allora. Gli zolfanelli già combusti in quegli anni abbondavano nei carugi, altro che accendini! Quest’ultimi li possedevano solo i Lat(r)in lover!
Comunque ritorniamo in Pineta. Le tre querce crescevano belle e sane, finché un giorno qualche cervellone di allora, decise che andavano sostituite con dei platani. Questi platani vennero poi portati davanti al Municipio, in attesa che la fontana di Margiargè fosse traslocata da Piazza Padre Giacomo Viale. Di questi platani Ziadatalè non ne godette molto. Ora le fanno compagnia alte palme di cui non conosco il nome. Le foglie assomigliano agli “atissaui che me nona a sventaiva davanti au putagè”. Per i lettori furesti: “attizzatoi che mia nonna sventagliava innanzi al focolare”.
Tra il palazzo del Comune ed i WC del Capo c’era un altissimo cipresso, che però io non ho mai avuto il piacere di scalare. I Tarzan di allora, Ettore, ancora lui, Chipò Catelani, Ampè de Spüsse ed i compagni di turno invece lo hanno fatto. “Mi èira tropu pecinetu”.
Un altro carrubo, enorme, era invece piantumato nello slargo fra Villa Palmizi e Via Dante. Sparito pure quello, come tante palme, olivi e alberi che noi chiamavamo Capok (?), quest’ultimi quasi tutti presenti nella “valà che cara dai Mustassin fino all’ex Hotel Belvedere”.
Al termine della salita della Coggiola, prima di incrociare Via Vincenzo Rossi, che porta all’autostrada, sino agli anni Sessanta c’erano invece tre alberi in bella mostra. Li chiamavamo “tremole” perché al passaggio delle automobili era evidente il loro tremolio. Parevano coni di cipressi, ma senza il loro caratteristico verde scuro, anzi le loro foglie erano piuttosto giallognole. Ai tempi chiamavamo quella zona “da Gatti”. Forse perché il gestore del bar vicino aveva tale cognome. Sparite le piante e sparito anche il bar.
Torniamo int’u Paise... Chi si ricorda il nespolo di casa Palmero poco prima della Galleria del Beodo? Chi ricorda che l’anziana Cleofe aveva insegnato al suo pappagallo Loretto a dare l’allarme quando noi ragazzotti tentavamo di razziarne i prelibati frutti gialli? “Cleofe vieni i rragazzi i rragazzi!”, urlava.
Oltrepassata la galleria e percorrendo per poche centinaia di metri il Beodo, ecco comparire un gioiello maestoso, l’auriva de San Giuseppe. Tuttora viva e vegeta. Alcuni sostengono che Burdighea ha il più anziano esemplare olivicolo della costa rivierasca...chissà se è vero?
E i melograni sulla roccaia davanti all’ingresso di Villa Garnier? Come erano striminziti! Ed i loro frutti? Tutt’altro che dolci: allappavano la bocca! Ghe saremu ciù in pochi a recurdalu!
Le Scibrette invece sono sempre lì a ricordarci che saranno ancora loro a meravigliare i nostri pronipoti.
“Mancu mà che i frütti ch’i ingiallisce aiscì d’invernu a Villa Banana de Tunin Bra-gheta fanno ancora vedere alle nuove generazioni che Bordighera è ancora quella città dal magnifico clima che “ingresi e teteschi di cermania”, nonché ricchi nobili russi amavano un tempo.
Mario Armando.
La Redazione
11 agosto 2014
Chi ha solo 80 anni ricorderà il carrubo che era a sud sud-est della Spianata del Capo e che stentatamente viveva, nonostante noi novelli Tarzan tormentassimo i suoi rami. I suoi frutti non superavano in lun-ghezza il nostro mignolino. Dopo la metà degli anni 30 sparì. Anche presso Villa Amica, dove termina il magnifico viale dei pini (Via Stella Maris), appena scesi i primi due scalini, in direzio-ne del porto, vi erano dimorate tre piante di quercia, ormai perdute. Ettore, Antonio e Cin riunivano le loro ghiande con zolfanelli, già usati, per costruire aerei, carri armati, cannoni: i nostri giochi di allora. Gli zolfanelli già combusti in quegli anni abbondavano nei carugi, altro che accendini! Quest’ultimi li possedevano solo i Lat(r)in lover!
Comunque ritorniamo in Pineta. Le tre querce crescevano belle e sane, finché un giorno qualche cervellone di allora, decise che andavano sostituite con dei platani. Questi platani vennero poi portati davanti al Municipio, in attesa che la fontana di Margiargè fosse traslocata da Piazza Padre Giacomo Viale. Di questi platani Ziadatalè non ne godette molto. Ora le fanno compagnia alte palme di cui non conosco il nome. Le foglie assomigliano agli “atissaui che me nona a sventaiva davanti au putagè”. Per i lettori furesti: “attizzatoi che mia nonna sventagliava innanzi al focolare”.
Tra il palazzo del Comune ed i WC del Capo c’era un altissimo cipresso, che però io non ho mai avuto il piacere di scalare. I Tarzan di allora, Ettore, ancora lui, Chipò Catelani, Ampè de Spüsse ed i compagni di turno invece lo hanno fatto. “Mi èira tropu pecinetu”.
Un altro carrubo, enorme, era invece piantumato nello slargo fra Villa Palmizi e Via Dante. Sparito pure quello, come tante palme, olivi e alberi che noi chiamavamo Capok (?), quest’ultimi quasi tutti presenti nella “valà che cara dai Mustassin fino all’ex Hotel Belvedere”.
Al termine della salita della Coggiola, prima di incrociare Via Vincenzo Rossi, che porta all’autostrada, sino agli anni Sessanta c’erano invece tre alberi in bella mostra. Li chiamavamo “tremole” perché al passaggio delle automobili era evidente il loro tremolio. Parevano coni di cipressi, ma senza il loro caratteristico verde scuro, anzi le loro foglie erano piuttosto giallognole. Ai tempi chiamavamo quella zona “da Gatti”. Forse perché il gestore del bar vicino aveva tale cognome. Sparite le piante e sparito anche il bar.
Torniamo int’u Paise... Chi si ricorda il nespolo di casa Palmero poco prima della Galleria del Beodo? Chi ricorda che l’anziana Cleofe aveva insegnato al suo pappagallo Loretto a dare l’allarme quando noi ragazzotti tentavamo di razziarne i prelibati frutti gialli? “Cleofe vieni i rragazzi i rragazzi!”, urlava.
Oltrepassata la galleria e percorrendo per poche centinaia di metri il Beodo, ecco comparire un gioiello maestoso, l’auriva de San Giuseppe. Tuttora viva e vegeta. Alcuni sostengono che Burdighea ha il più anziano esemplare olivicolo della costa rivierasca...chissà se è vero?
E i melograni sulla roccaia davanti all’ingresso di Villa Garnier? Come erano striminziti! Ed i loro frutti? Tutt’altro che dolci: allappavano la bocca! Ghe saremu ciù in pochi a recurdalu!
Le Scibrette invece sono sempre lì a ricordarci che saranno ancora loro a meravigliare i nostri pronipoti.
“Mancu mà che i frütti ch’i ingiallisce aiscì d’invernu a Villa Banana de Tunin Bra-gheta fanno ancora vedere alle nuove generazioni che Bordighera è ancora quella città dal magnifico clima che “ingresi e teteschi di cermania”, nonché ricchi nobili russi amavano un tempo.
Mario Armando.
La Redazione
11 agosto 2014
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